- Google è la cosa esistente più vicina ad una entità Onniscente (che possa essere scientificamente verificata). Indicizza più di 9,5 miliardi di pagine web e le organizza attraverso il PageRank, mettendo il sapere a disposizione dei mortali.
- Google è onnipresente, è virtualmente ovunque sulla terra, nello stesso momento.
- Google risponde alle preghiere: "Ask Google and She will show you the way, but showing you is all She can do, for you must help yourself from that point on".
- Google è potenzialmente immortale: i suoi dati sono indistruttibili perchè capillarmente diffusi su moltissimi server. "Google can theoretically last forever"
- Google è infinito: la rete può teoreticamente crescere per sempre e google può seguire questa crescita continuando a indicizzare le nuove pagine.
- Google si ricorda di tutti: se pubblichi qualcosa sul web, google si ricorderà di te anche dopo la tua morte, una specie di "Google Afterlife" (questo è un po' inquietante, NdR)
- Google è buono: la filosofia dell'azienda indica come si possano fare i soldi senza essere il diavolo
- Google è il più richiesto: secondo le statistiche, il termine Google è più cercato dei termini "Dio", "Gesù", "Allah", Buddha", "Cristianesimo", "Islamismo", "Buddismo" e "Ebraismo" messi assieme. Se dio è l'entità a cui fare appello in caso di necessità ...
- Le prove dell'esisenza di Google sono tantissime. Esistono più prove dell'esistenza di google che di qualsiasi altro dio. Basta andare su www.google.com, vedere per credere. Non è richiesta fede!
domenica 17 febbraio 2008
quando ci si crede davvero #1
martedì 29 gennaio 2008
Gli architetti ... dovrebbero ammazzarli da piccoli (per evitare loro inutili sofferenze)
Ho appena finito di leggere questo libretto dal titolo incoraggiante (visto Daed, alla fine l'ho trovato); una trattazione leggera ed ironica, scritta - ovviamente - da un architetto. L'architetto in questione è Matteo Clemente, romano d'adozione, come si evince sin dalle prime pagine.
L'editrice Robin non dispone, probabilmente, di un correttore di bozze, visto che i refusi ortografici (e grammaticali, ahimé) sono piuttosto frequenti. A parte questo, però, la lettura è abbastanza piacevole e mi sento di consigliarla a quanti, tra gli architetti, ritengano di essere dotati di autoironia.
Ne viene fuori un ritratto di Architetto un po' iperbolico, quasi una macchietta, un po' sfigato anche, a tratti. Eppure io vi sfido, cari amici e colleghi, a non riconoscervi alcuni aspetti del vostro carattere.
Il libro descrive poi alcune situazioni in cui potreste esservi trovati, anche non da architetti, se avete mai avuto a che fare con la ristrutturazione di un appartamento.
A parte l'amore a volte eccessivo per la battuta ad ogni costo, ai raccontini divertenti si alternano alcune riflessioni un po' più serie sull'estetica contemporanea o sul ruolo dell'architetto nella società.
Tempo fa leggevo qualcosa a proposito di questo libro su na3_blog . Tra i commenti, un arrabbiatissimo collega si scagliava contro questo e altri testi, definiti -con disprezzo- "divulgativi".
Come se fosse un male.
Forse sono io che, come architetto, non mi prendo abbastanza sul serio e non riesco ad indignarmi se alcuni autori provano persino a scherzare sulla nostra professione.
Forse sono troppo ignorante per capire che dietro a testi divulgativi si nascondono cumuli di falsità, non utili agli addetti ai lavori e addirittura dannosi per quanti dell'architettura non hanno fatto un mestiere.
Forse.
Però, per citare la risposta dell'autore del blog a questo commento, "l'importante è che di ARCHITETTURA, di questi tempi, se ne parli!". E non solo di architettura. Se è vero che un sapere accessibile a tutti rischia di non essere accessibile a nessuno o di impoverirsi nei contenuti, credo sia altrettanto vero che, in un paese che diventa sempre più ignorante, sfiduciato e poco interessato nei confronti della cosa pubblica, DIVULGARE sia comunque una risorsa.
Non riesco a comprendere frasi come "Forse alle casalinghe che potrebbero divenire nostre future clienti potrebbe essere utile [il libro, NdR]. E allora? Se anche fosse? Che male c'è se un architetto scrive un libro per casalinghe? E che male c'è se, poi, se lo legge pure un altro architetto?
Io dico NO a questo snobismo. E con questo non voglio dire che si debbano leggere solo libri divulgativi. Chi ha gli strumenti culturali per farlo, potrà in ogni momento accostarsi a pubblicazioni più impegnative. Ma io sto dalla parte di quelli che, gli strumenti, non li hanno. Però magari sono curiosi. E solo con un libro divulgativo potranno avvicinarsi ad un determinato settore, senza rimanere secchi alla prima pagina. E allora potranno dedicarsi a testi via via più impegnativi, acquisendo per gradi senso critico.
E allora viva i libri divulgativi:
- Perchè non tutti hanno studiato architettura, ma tutti vivono l'architettura e hanno il diritto di provare a capirla.
- Perchè l'architettura non è solo degli architetti.
- Perchè gli architetti a volte si dimenticano che "fare architettura" è prima di tutto una missione sociale.
- Perchè l'architettura non può essere solo e solamente autoreferenziale.
Così ho detto! :-)
Voleva essere una mini-recensione ed è diventata la perorazione di una causa. Vabbé...
sabato 1 settembre 2007
_ E io che credevo che "atipico" fosse qualcosa di inconsueto! _
Incollo da Garzanti Linguistica:
Quindi, se ben interpreto questa definizione, i lavoratori atipici dovrebbero rappresentare una minoranza.
Adesso sono confusa.
Forse è una mia sensazione ma io, di quelli che dovrebbero essere lavoratori "tipici", ne conosco davvero pochi. La maggior parte delle persone che frequento (tra i 20 e i 40 anni, intendo) si barcamena in situazioni più o meno definite, in cui l'unica cosa davvero chiara è che le richieste sono molte e le garanzie davvero poche.
Poichè la questione mi tocca molto da vicino, questa estate ho cercato di farmi un'idea sui tipi di contratti possibili, sulle forme previdenziali, sulle modalità di ... vabbé, chiamiamola COLLABORAZIONE...
Il risultato è che, come direbbe Camilleri, "sono più confusa che persuasa". Di fronte a termini come flessibilità, precariato,tempo determinato, collaborazione occasionale, contratto A TERMINE,... mi viene in mente quella bellissima poesia di Ungaretti, Soldati (Si sta come\d'autunno\sugli alberi\le foglie), anche se mi rendo conto che qualcuno potrebbe considerare il paragone un po' eccessivo se non addirittura offensivo. Me ne scuso.
Ad ogni modo, vorrei segnalare alcuni siti che mi hanno aiutata a capire qualcosa di più sul tema perché, se è vero che è molto difficile modificare lo stato delle cose, possiamo almeno cercare di informarci per capire meglio che cosa ci stanno proponendo e a che cosa andiamo incontro. So perfettamente che i commenti a quello che sto dicendo potrebbero essere un tantino... astiosi, perchè molte persone, a causa dell'attuale congiuntura occupazionale si trovano a portare avanti situazioni paradossali (a questo proposito consiglio la lettura di Aldo Nove, Mi chiamo Roberta, ho 40 anni, guadagno 250 euro al mese..., Einaudi, 2006. Agghiacciante!)
Tuttavia vorrei cercare, per quanto mi è possibile, di astenermi da giudizi di valore e tentare di fornire semplicemente delle informazioni ai giovani lavoratori in genere e, più nello specifico, agli architetti.
Senza esitare oltre:
Atipici e Atipiche in rete è un sito molto chiaro in cui i vari tipi di contratti sono spiegati in dettaglio, così come le informazioni riguardanti l'apertura e gestione della famigerata Partita IVA.
Sempre a proposito dei diversi tipi di contratti e collaborazioni, vedere anche rassegna.it e Alai Cisl-Associazione Lavoratori Atipici e Interinali.
E la previdenza? Sul sito di Inarcassa, c'è quasi tutto quello che c'è da sapere per coloro che sono iscritti all'albo.
Questo è quanto, per ora.
Buona lettura!
mercoledì 30 maggio 2007
-la verità ti fa male, lo sai-
Ma, quando il disagio è messo nero su bianco e documentato in modo circostanziato, dati alla mano, istituzionalizzato quasi, beh ... non posso non dar voce alle proteste. Che forse ormai non suonano più nemmeno come proteste, ma come i sommessi e rassegnati mugolii di chi lancia il sasso e poi ritira la mano, non per vergogna ma per paura. Nella home page di repubblica.it, oggi, un titolo mi ha colpita come un colpo d'ascia in mezzo alla fronte: Stipendi “under 30”: la caduta dei laureati Nel 2006 busta paga più “leggera” del 2003
Consiglio la lettura dell'articolo, ma solo a chi non sia troppo debole di cuore. La situazione, a dire il vero, era chiara da tempo un po' a tutti noi, però leggerla a così chiare lettere (e statistiche) fa comunque sussultare.
Io voglio imparare a fare la pizza!!
ah... se ancora non bastasse: dal blog di Beppe Grillo potete scaricare in pdf il libro "Schiavi Moderni", una bella raccolta di "storielle contemporanee"... rabbrividiamo!
E ora scusate, fine del piagnisteo, almeno per qualche tempo.
venerdì 25 maggio 2007
Lasciare un segno: arTchitettura e identità
Rompo il silenzio collegandomi a quanto scritto da federica ormai settimane orsono, ed interrompendo così la striscia di post dedicati alla sostenibilità, per tornare a tematiche un po' meno quantificabili ma, a parer mio, altrettanto interessanti.I lunghi ed affascinanti scivoli di Carsten Holler non appartengono, questo è evidente, al mondo dell'architettura. Eppure contengono ed incorporano, nel loro sinuoso svilupparsi, temi di riflessione sull'architettura stessa non solo attuali ma, a mio parere, universali.
Gli spunti che si potrebbero cogliere sono tantissimi. In questa sede vorrei soffermarmi sul concetto di interazione. Noi saliamo, scendiamo dagli scivoli. Urliamo, rinnoviamo la nostra percezione dello spazio circostante, non più vissuto come statico ma come dinamico. L'ambiente si trasforma attorno a noi, grazie ad una nostra azione (salire sullo scivolo). E ci piace tantissimo.
West8 nel 1996 progetta, nel cuore di Rotterdam, la Schouburgplein: un grande spazio pubblico, con una piccola particolarità. I sistemi di illuminazione infatti, formalmente ispirati alle gru del porto cittadino, sono composti da bracci meccanici che possono essere spostati in diverse posizioni, con l'ausilio di un pannello posto al centro della piazza. L'azione, questa volta, provoca addirittura un cambiamento dello spazio costruito: la piazza cambia a seconda di chi la visita.
La società contemporanea ci ha abituati alla standardizzazione, alla globalizzazione, alla perdita della propria identità in un mondo (occidentale, si intende) dai confini sempre più labili, dai costumi sempre più simili. Viviamo in case una-uguale-all'altra (si pensi allo sprawl urbano e alle villette a schiera, come caso limite), compriamo in centri commerciali mastodontici ma soprattutto indistinguibili, mangiamo nei Mc Donald's, vestiamo da H&M. In un ambiente così estraniante ed estraniato, certi artisti/architetti hanno voluto re-introdurre la poetica del singolo, l'attenzione alla diversità. Quando riusciamo ad interagire attivamente con l'ambiente circostante recuperiamo la nostra identità, ritroviamo il nostro spazio ed il nostro tempo (quello dell'uomo ludens), entriamo a far parte dell'opera d'arte.
Questo legame attivo tra fruitore ed ambiente è importantissimo: è alla base (a mio parere) dell'esperienza stessa dello spazio costruito, perchè esperire non significa solo usare, ma anche (e forse soprattutto) rielaborare. Dal punto di vista pratico (quello teorico lo lascio ad un prossimo post) questo vuol dire interagire con il proprio contesto. Ricordiamoci che da piccoli ci divertivamo ad invertire la posizione del letto nella nostra stanza, che dopo un così semplice cambiamento ci appariva completamente diversa. Ricordiamoci del fenomeno dei graffiti, del marchio, del tag. Dare la possibilità ai visitatori di interagire con la propria arTchitettura, di lasciare un segno, significa dunque tutto questo, e molto di più.
domenica 6 maggio 2007
Fotorealismo in architettura. Cui Prodest?
Premessa fondamentale: la mia tesi si intitola "Possibilità comunicative del digitale in architettura". Se ho iniziato ad occuparmi di questo argomento, ormai un paio di anni fa, è stato soprattutto grazie al fascino che alcune immagini fotorealistiche esercitavano su di me (per citarne uno, le meravigliose immagini di Juan Siquier, come quella qui sopra, in centro).Vi risparmierò una dissertazione sugli innegabili vantaggi del fotorealismo, che sono evidenti, almeno per chi si occupa quotidianamente di architettura. I risultati sono certamente notevoli, soprattutto se si utilizzano motori di render come Vray, che permette di ottenere effetti di illuminazione particolarmente realistici, o come Maxwell Render, che introduce la possibilità di simulare l'ottica di un apparecchio fotografico.
Vorrei invece, in questa sede, muovere qualche critica e porre dei quesiti, su almeno due diversi piani di lettura.
1. In primo luogo vorrei soffermarmi sui clienti e, più in generale, su coloro che non si occupano di computer grafica (applicata all'architettura, nello specifico). Più di una volta mi è capitato di imbattermi in una scomoda credenza popolare: "Tanto lo fa il computer!" è una delle frasi che ci si sente spesso dire, quando si cerca una mediazione tra i desideri del cliente e le nostre esigenze (tempo, abilità tecniche, disponibilità di software). Ma noi sappiamo, invece, che la parte "fatta dal computer" è solo quella finale, di calcolo vero e proprio. A monte ci sono diverse ore trascorse ad impostare materiali, luci, viste (e lasciamo perdere la fase di modellazione!). Il numero di ore necessarie aumenta esponenzialmente quando si vuole conferire al render un aspetto iper-realistico. Spesso si deve poi ricorrere alla post-produzione, se ad esempio si vogliono introdurre sfocature ad-hoc che simulino l'ottica fotografica o realizzare un fotoinserimento. Tutto questo lavoro sommerso, però, non viene mai preso in considerazione da coloro che non conoscono il processo e la sua complessità.
Inoltre, il fatto di poter vedere le cose così come saranno, di poter pre-vedere letteralmente il risultato finale della nostra progettazione ci conduce gradualmente, a mio avviso, ad una perdita di immaginazione. Che investe NOI e i nostri clienti. Mi ha fatto sorridere un caso che mi è stato raccontato recentemente: realizzando il render di una sala in cui avrebbero dovuto essere presenti quattro pannelli con delle grafiche ancora da definirsi, Tiziana (Ty) ha inserito 4 immagini che servissero a rendere l'idea della funzione dei pannelli. Il cliente le ha fatto rifare i render 3 o 4 volte perchè le immagini scelte non erano di suo gradimento. Tuttavia non le ha chiesto di inserire le grafiche definitive (poichè ancora non esistevano), facendole quindi fare un lavoro assolutamente inutile dal punto di vista della pre-visione di cui sopra. Credo che questo spieghi bene quello che intendevo con "perdita dell'imaginazione": fino a pochissimo tempo fa, il cliente si accontentava di piante, prospetti, sezioni e (nella migliore delle ipotesi) schizzi prospettici o modellini in scala. Adesso ti fanno rifare un render 4 volte (e dio solo sa che perdita di tempo, tutto tempo rubato all'effettiva progettazione), perchè la foto nel quadro sullo sfondo non li convince.
2. La questione si può vedere poi dal punto di vista del progettista o, se preferite, degli scopi per i quali i render vengono realizzati.
Per come la vedo io, il progetto dovrebbe avere una genesi simile a quella della poesia. La mente dell'architetto è spesso affollata di linee generatrici, assi rettori, simmetrie da affermare o da tradire. E la realtà - o il realismo, in questo caso- a volte svilisce questa poesia. Questo è uno dei motivi per cui, in molti casi, ritengo che render NON fotorealistici si prestino meglio alla comunicazione di un progetto, specialmente nelle prime fasi, in cui è impotante mantenere una certa dose di astrazione, di idealità.
Ogni architetto sa che i propri progetti, se realizzati, dovranno fare i conti con condizioni atmosferiche, invecchiamento, degrado. Un buon architetto dovrebbe progettare tenendo già conto di questi fattori, di modo tale che la frattura tra il progetto e la sua realizzazione non sia troppo profonda. Ma l'IDEA PROGETTUALE, per coinvolgere progettista e spettatore, per essere concepita e sviluppata, deve avere in sè un certo margine di poesia. Per questo il fotorealismo, portato all'estremo, non è forse il mezzo più adatto per comunicare un progetto architettonico.
Mi sono dilungata fin troppo sull'argomento per oggi. Avrei ancora parecchie cose da dire, ma rimando ad un altro intervento ulteriori considerazioni. Per ora vi segnalo un interessante articolo sul fotorealismo, presente in idearium.org e mi permetto di consigliarvi di dare un'occhiata alle gallerie di Penguin, SketchUp e Piranesi, alcuni software interessanti che forniscono una alternativa valida (e meno dispendiosa in termini di tempo) al fotorealismo.Resto in attesa di conferme e smentite!