
Carsten Holler, The Unilever Series, Test Site, Tate Modern, Londra.
Opera sperimentale dell’artista tedesco che sfrutta l’altezza della sala delle turbine (cuore dell’edificio trasformato da Herzog & de Meuron in museo di arte contemporanea visitato quotidianamente da elevati flussi di visitatori) per compiere un’indagine circa gli effetti dello "scivolamento": e se questa azione diventasse parte della nostra routine quotidiana? Parte delle nostre esperienze, della nostra percezione dell’architettura?
"Uno scivolo è una scultura all’interno della quale tu puoi viaggiare", afferma l’artista. Infatti, la sorpresa maggiore per il visitatore è scoprire che tra un’opera e l’altra può farsi una scivolatina dal quinto piano della Tate! E non è neppure vietato urlare per la paura!
Già...lo scivolo dunque come possibile mezzo di trasporto fisico ed emozionale: sicuro, elegante, a risparmio energetico, possibile via di fuga da un edificio ma anche stimolatore di uno stato di lucido panico volontario, strumento per acquisire nuove percezioni spaziali. Installazione artistica in cui i perfomers diventano spettatori e viceversa.
Cosa c'entra tutto ciò con l’architettura?
Bhè, innanzitutto sostiene il principio dello spazio vissuto (Kurt Lewin, anni ‘30): la percezione sensibile prevale su quella euclidea e le emozioni dominano il nostro comportamento spaziale. Verissimo!
E poi dà forma allo spazio gioco: spazio con il quale il soggetto può interagire, che lo invoglia a staccare la spina della funzione e della necessità, per accendere quella del puro divertimento, della contemplazione, della scoperta.
Eterno conflitto forma-funzione. Credo che la sfida maggiore per un architetto non sia solo innovare la forma, gesto estetico, che afferma l’appartenenza legittima dell’architettura al mondo delle arti, ma innovare la funzione, compiendo una necessaria interpretazione sociale, culturale, storica.
Negli ultimi decenni l’arte sembra anticipare l’architettura.
Opera sperimentale dell’artista tedesco che sfrutta l’altezza della sala delle turbine (cuore dell’edificio trasformato da Herzog & de Meuron in museo di arte contemporanea visitato quotidianamente da elevati flussi di visitatori) per compiere un’indagine circa gli effetti dello "scivolamento": e se questa azione diventasse parte della nostra routine quotidiana? Parte delle nostre esperienze, della nostra percezione dell’architettura?
"Uno scivolo è una scultura all’interno della quale tu puoi viaggiare", afferma l’artista. Infatti, la sorpresa maggiore per il visitatore è scoprire che tra un’opera e l’altra può farsi una scivolatina dal quinto piano della Tate! E non è neppure vietato urlare per la paura!
Già...lo scivolo dunque come possibile mezzo di trasporto fisico ed emozionale: sicuro, elegante, a risparmio energetico, possibile via di fuga da un edificio ma anche stimolatore di uno stato di lucido panico volontario, strumento per acquisire nuove percezioni spaziali. Installazione artistica in cui i perfomers diventano spettatori e viceversa.
Cosa c'entra tutto ciò con l’architettura?
Bhè, innanzitutto sostiene il principio dello spazio vissuto (Kurt Lewin, anni ‘30): la percezione sensibile prevale su quella euclidea e le emozioni dominano il nostro comportamento spaziale. Verissimo!
E poi dà forma allo spazio gioco: spazio con il quale il soggetto può interagire, che lo invoglia a staccare la spina della funzione e della necessità, per accendere quella del puro divertimento, della contemplazione, della scoperta.
Eterno conflitto forma-funzione. Credo che la sfida maggiore per un architetto non sia solo innovare la forma, gesto estetico, che afferma l’appartenenza legittima dell’architettura al mondo delle arti, ma innovare la funzione, compiendo una necessaria interpretazione sociale, culturale, storica.
Negli ultimi decenni l’arte sembra anticipare l’architettura.