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venerdì 25 maggio 2007

Lasciare un segno: arTchitettura e identità

Rompo il silenzio collegandomi a quanto scritto da federica ormai settimane orsono, ed interrompendo così la striscia di post dedicati alla sostenibilità, per tornare a tematiche un po' meno quantificabili ma, a parer mio, altrettanto interessanti.

I lunghi ed affascinanti scivoli di Carsten Holler non appartengono, questo è evidente, al mondo dell'architettura. Eppure contengono ed incorporano, nel loro sinuoso svilupparsi, temi di riflessione sull'architettura stessa non solo attuali ma, a mio parere, universali.

Gli spunti che si potrebbero cogliere sono tantissimi. In questa sede vorrei soffermarmi sul concetto di interazione. Noi saliamo, scendiamo dagli scivoli. Urliamo, rinnoviamo la nostra percezione dello spazio circostante, non più vissuto come statico ma come dinamico. L'ambiente si trasforma attorno a noi, grazie ad una nostra azione (salire sullo scivolo). E ci piace tantissimo.

West8 nel 1996 progetta, nel cuore di Rotterdam, la Schouburgplein: un grande spazio pubblico, con una piccola particolarità. I sistemi di illuminazione infatti, formalmente ispirati alle gru del porto cittadino, sono composti da bracci meccanici che possono essere spostati in diverse posizioni, con l'ausilio di un pannello posto al centro della piazza. L'azione, questa volta, provoca addirittura un cambiamento dello spazio costruito: la piazza cambia a seconda di chi la visita.

La società contemporanea ci ha abituati alla standardizzazione, alla globalizzazione, alla perdita della propria identità in un mondo (occidentale, si intende) dai confini sempre più labili, dai costumi sempre più simili. Viviamo in case una-uguale-all'altra (si pensi allo sprawl urbano e alle villette a schiera, come caso limite), compriamo in centri commerciali mastodontici ma soprattutto indistinguibili, mangiamo nei Mc Donald's, vestiamo da H&M. In un ambiente così estraniante ed estraniato, certi artisti/architetti hanno voluto re-introdurre la poetica del singolo, l'attenzione alla diversità. Quando riusciamo ad interagire attivamente con l'ambiente circostante recuperiamo la nostra identità, ritroviamo il nostro spazio ed il nostro tempo (quello dell'uomo ludens), entriamo a far parte dell'opera d'arte.

Questo legame attivo tra fruitore ed ambiente è importantissimo: è alla base (a mio parere) dell'esperienza stessa dello spazio costruito, perchè esperire non significa solo usare, ma anche (e forse soprattutto) rielaborare. Dal punto di vista pratico (quello teorico lo lascio ad un prossimo post) questo vuol dire interagire con il proprio contesto. Ricordiamoci che da piccoli ci divertivamo ad invertire la posizione del letto nella nostra stanza, che dopo un così semplice cambiamento ci appariva completamente diversa. Ricordiamoci del fenomeno dei graffiti, del marchio, del tag. Dare la possibilità ai visitatori di interagire con la propria arTchitettura, di lasciare un segno, significa dunque tutto questo, e molto di più.

giovedì 26 aprile 2007

ARTE_emozione_ARCHITETTURA


Carsten Holler, The Unilever Series, Test Site, Tate Modern, Londra.
Opera sperimentale dell’artista tedesco che sfrutta l’altezza della sala delle turbine (cuore dell’edificio trasformato da Herzog & de Meuron in museo di arte contemporanea visitato quotidianamente da elevati flussi di visitatori) per compiere un’indagine circa gli effetti dello "scivolamento": e se questa azione diventasse parte della nostra routine quotidiana? Parte delle nostre esperienze, della nostra percezione dell’architettura?
"Uno scivolo è una scultura all’interno della quale tu puoi viaggiare", afferma l’artista. Infatti, la sorpresa maggiore per il visitatore è scoprire che tra un’opera e l’altra può farsi una scivolatina dal quinto piano della Tate! E non è neppure vietato urlare per la paura!
Già...lo scivolo dunque come possibile mezzo di trasporto fisico ed emozionale: sicuro, elegante, a risparmio energetico, possibile via di fuga da un edificio ma anche stimolatore di uno stato di lucido panico volontario, strumento per acquisire nuove percezioni spaziali. Installazione artistica in cui i perfomers diventano spettatori e viceversa.
Cosa c'entra tutto ciò con l’architettura?
Bhè, innanzitutto sostiene il principio dello spazio vissuto (Kurt Lewin, anni ‘30): la percezione sensibile prevale su quella euclidea e le emozioni dominano il nostro comportamento spaziale. Verissimo!
E poi dà forma allo spazio gioco: spazio con il quale il soggetto può interagire, che lo invoglia a staccare la spina della funzione e della necessità, per accendere quella del puro divertimento, della contemplazione, della scoperta.
Eterno conflitto forma-funzione. Credo che la sfida maggiore per un architetto non sia solo innovare la forma, gesto estetico, che afferma l’appartenenza legittima dell’architettura al mondo delle arti, ma innovare la funzione, compiendo una necessaria interpretazione sociale, culturale, storica.
Negli ultimi decenni l’arte sembra anticipare l’architettura.