Uscire dal cinema, dopo aver visionato il recente film di Pollack su Gehry mi ha lasciato, come del resto immaginavo, sbiadito. Sbiadito nel senso di una leggera patina bianca di confusione che puntualmente, ogni volta che mi confronto con certe tematiche riguardanti l’architettura, offusca per brevi istanti i miei pensieri. Ma allora Gehry ha capito tutto? Ma allora Gehry è l’architetto contemporaneo per eccellenza come Pollack vuol farmi pensare? Ma Gehry è uno scultore? Un architetto-scultore? Un architetto? Ma la forma deve derivare dalla funzione si o no????Per fortuna, la malinconia che inevitabilmente mi colpisce, ogni qual volta mi imbatto in qualcosa di raramente bello, dopo un po’ si ritira, sostituendo al rimorso per non esser mai stato capace di realizzare o concepire nulla di simile, una calma e quieta condizione di lucidità. Adesso posso tornare a ragionare.
Porsi domande come quelle sul rapporto funzione – forma è in effetti, a parer mio, sterile. Quella della funzionalità degli edifici deve essere una condizione inalienabile, intendiamoci! Non è considerabile tale, un’architettura che non derivi le proprie forme e la distribuzione dei propri spazi dalla funzione a cui deve assolvere, che ostacoli in onore della propria plasticità scultorea la logica e comoda fruizione dei propri ambienti. Piuttosto che cercare di capire se la forma derivi dalla funzione, o viceversa, mi verrebbe dunque da chiedermi: ogni funzione, quante forme ha?
L’invasione di architettura, alla quale siamo oggi sottoposti, volenti o nolenti, ci insegna attraverso le proprie immagini come temi simili dal punto di vista funzionale possano essere affrontati e risolti con soluzioni formalmente molto diverse tra di loro, se non addirittura opposte. I render stratosferici di Zaha Hadid, i diagrammi di UN Studio, le sezioni di Piano, gli schizzi di Gehry… Una simile proliferazione di approcci all’architettura dovrebbe farci riflettere attentamente: chi ha ragione?
Siamo passati attraverso l’espressionismo, il razionalismo, il postmodernismo, il decostruttivismo… e adesso? Adesso non abbiamo più un “ismo” a cui appigliarci, e guardiamo confusi le pagine patinate delle riviste di architettura chiedendoci se ci sia, oggi, un linguaggio comune, un’ancora di salvataggio, un punto di partenza (o di arrivo).
La società contemporanea ci ha insegnato ad accettare il passato, ad indagare il presente e ad immaginare il futuro. Tutto si può fare, a quanto pare. Ma allora quand’è che un’architettura è Buona, e quando no? Credo che oggi un edificio non si possa più giudicare sulla base dei soli aspetti funzionale e formale. Caduti i codici di riferimento, non esiste più uno standard stilistico da cui discostarsi, o al quale appoggiarsi: la discriminante mi sembra dunque non risiedere più nella derivazione più o meno diretta dell’aspetto dell’edificio dalla sua funzione, bensì nello sforzo progettuale antecedente al gesto plastico: nel pensiero che, prima ancora di farsi architettura, riesce a tenere insieme tutte le linee del progetto, inverandosi solo in un secondo momento nelle forme, nei materiali, nella luce, nell’ombra.
