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giovedì 19 aprile 2007

Frank Gehry: creatore di dubbi

Uscire dal cinema, dopo aver visionato il recente film di Pollack su Gehry mi ha lasciato, come del resto immaginavo, sbiadito. Sbiadito nel senso di una leggera patina bianca di confusione che puntualmente, ogni volta che mi confronto con certe tematiche riguardanti l’architettura, offusca per brevi istanti i miei pensieri. Ma allora Gehry ha capito tutto? Ma allora Gehry è l’architetto contemporaneo per eccellenza come Pollack vuol farmi pensare? Ma Gehry è uno scultore? Un architetto-scultore? Un architetto? Ma la forma deve derivare dalla funzione si o no????

Per fortuna, la malinconia che inevitabilmente mi colpisce, ogni qual volta mi imbatto in qualcosa di raramente bello, dopo un po’ si ritira, sostituendo al rimorso per non esser mai stato capace di realizzare o concepire nulla di simile, una calma e quieta condizione di lucidità. Adesso posso tornare a ragionare.

Porsi domande come quelle sul rapporto funzione – forma è in effetti, a parer mio, sterile. Quella della funzionalità degli edifici deve essere una condizione inalienabile, intendiamoci! Non è considerabile tale, un’architettura che non derivi le proprie forme e la distribuzione dei propri spazi dalla funzione a cui deve assolvere, che ostacoli in onore della propria plasticità scultorea la logica e comoda fruizione dei propri ambienti. Piuttosto che cercare di capire se la forma derivi dalla funzione, o viceversa, mi verrebbe dunque da chiedermi: ogni funzione, quante forme ha?

L’invasione di architettura, alla quale siamo oggi sottoposti, volenti o nolenti, ci insegna attraverso le proprie immagini come temi simili dal punto di vista funzionale possano essere affrontati e risolti con soluzioni formalmente molto diverse tra di loro, se non addirittura opposte. I render stratosferici di Zaha Hadid, i diagrammi di UN Studio, le sezioni di Piano, gli schizzi di Gehry… Una simile proliferazione di approcci all’architettura dovrebbe farci riflettere attentamente: chi ha ragione?

Siamo passati attraverso l’espressionismo, il razionalismo, il postmodernismo, il decostruttivismo… e adesso? Adesso non abbiamo più un “ismo” a cui appigliarci, e guardiamo confusi le pagine patinate delle riviste di architettura chiedendoci se ci sia, oggi, un linguaggio comune, un’ancora di salvataggio, un punto di partenza (o di arrivo).

La società contemporanea ci ha insegnato ad accettare il passato, ad indagare il presente e ad immaginare il futuro. Tutto si può fare, a quanto pare. Ma allora quand’è che un’architettura è Buona, e quando no? Credo che oggi un edificio non si possa più giudicare sulla base dei soli aspetti funzionale e formale. Caduti i codici di riferimento, non esiste più uno standard stilistico da cui discostarsi, o al quale appoggiarsi: la discriminante mi sembra dunque non risiedere più nella derivazione più o meno diretta dell’aspetto dell’edificio dalla sua funzione, bensì nello sforzo progettuale antecedente al gesto plastico: nel pensiero che, prima ancora di farsi architettura, riesce a tenere insieme tutte le linee del progetto, inverandosi solo in un secondo momento nelle forme, nei materiali, nella luce, nell’ombra.

Gehry ha intuito le potenzialità delle superfici curve, ha creato dei capolavori, ed ha cominciato a ripetersi. L’errore sta nel non aver saputo evolvere ulteriormente il proprio pensiero, nell’aver esteso a tutti i suoi edifici successivi la poetica del titanio, nel non aver saputo esplorare e sperimentare nuove vie. Certo è che, non fosse stato per lui, oggi il Guggenheim di Bilbao non esisterebbe e l’architettura contemporanea, forse, sarebbe un po’ meno eccitante.

lunedì 16 aprile 2007

1, 2, 3 ... Gehry

Ok, Davide sarà contento. Alla fine il primo post di questo blog riguarda il documentario di Pollack su Gehry.
Non volevo che fosse così.
Però poi non ho resistito alla tentazione, per lo stesso motivo per cui sono andata a vedere il film: non capita molto spesso che venga fatto un documentario monografico sulla vita di un architetto. Ragione per cui, credo, molti architetti (amanti di Gehry e non) saranno incuriositi da questa produzione. E io non mi sono sottratta a questa logica.
In primo luogo vorrei fare alcune considerazioni di natura "cinematografica" sul film. Per semplificare, potrei dire chè si tratta di un documentario di stampo classico, banale, e (volutamente) artigianale. Pollack fa le riprese personalmente, con una normalissima telecamerina, che infatti restituisce un'immagine sporca e un po' tremolante (il buon Sydney ha i suoi anni!). Tutto il film è in pratica una intervista di impostazione classica, in cui gli interlocutori, seduti davanti ad una tazza di caffé, portano avanti un botta e risposta dal ritmo tutt'altro che incalzante o accattivante. La conversazione è interotta da (rare) panoramiche sulle architetture di Gehry.
Ora: produzione hollywoodiana, grande regista, architetto à la page ... francamente mi aspettavo qualcosa di un po' più originale e movimentato. Quantomeno una fotografia spettacolare. Almeno qualche immagine pazzesca del Guggenheim, eddai!
E poi immaginavo che l'intervista avesse un taglio un po' più accattivante e movimentato.
E soprattutto mi aspettavo un ritratto un po' più lusinghiero del Nostro Eroe, che mirasse a mettere in luce una personalità complessa e geniale.
Invece c'è quest'uomo, non giovane, perennemente seduto con le braccia conserte sulla (grande) pancia, che sembra passare le sue giornate a dare ordini al collaboratore dal ciuffo a banana in merito alla costruzione dei modellini di studio: "piega un po' la carta, appoggiala li, taglia via una piega" e via discorrendo. E qui viene da chiedersi: ma lui non le ha le mani? Perchè non se la taglia da solo la sua carta argentata?
E invece ce le ha, le mani. E le usa per fare degli schizzi che, da un punto di vista artistico sono certamente interessanti, tutto un intreccio di linee sinuose. Ma diciamoci la verità: per evincerne un'idea di architettura, ci vuole davvero tanta fantasia. Infatti i suoi collaboratori non hanno l'aria felice!
Sicuramente, anche dalle parole di Gehry stesso, emerge l'immagine di un artista, più che di un architetto. E infatti per molto tempo Gehry è stato snobbato dai suoi stessi colleghi. Devo dire che si è portati a condividere questa idea, quando si assiste alla genesi dei suoi progetti, che sembra ignorare completamente requisiti funzionali, dimensionali, strutturali e quant'altro. A questi aspetti provvederanno una serie di professionisti nei diversi settori.
Non voglio con queste parole sminuire la carica evocativa, la forza di (alcuni dei) progetti di Gehry. Forse, però, è il documentario stesso ad indurre lo spettatore a trarre alcune conclusioni non proprio lusinghiere sul personaggio.
E speriamo che il film non venga visto da liceali all'ultimo anno, prima della fatidica scelta della facoltà da frequentare. Molti di loro potrebbero essere indotti a credere che la vita dell'architetto dia tutta in discesa!