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lunedì 9 giugno 2008

_Ad ognuno il proprio mestiere #1_

... dove si narra di quel paese in cui tutti erano architetti, medici, avvocati, ...

Colgo lo spunto da una conversazione telefonica con AndreaZ. Non sono nemmeno sicura di interpretare correttamente quella conversazione e le intenzioni che l'hanno originata. Però ho alcune cose da dire sull'argomento. E penso che un  po' tutti ne abbiano. Per questo credo ci siano le basi per farne una rubrica.

Io ho già pronti altri due post.

Ma prima, per introdurre l'argomento, vorrei sottoporvi un video ed un interrogativo: MA BEPPE GRILLO NON FACEVA IL COMICO?

_Più Fuffas per tutti_

Federica me lo ha girato e io non posso non rendere partecipi coloro che non lo avessero ancora visto.

 

La mia parte preferita è:

F: la politica pensa poco al cittadino...

I: e l'architetto?

F: non ci ha mai pensato!

Non ho ancora deciso se riderci su...

lunedì 16 luglio 2007

_ Sotto il sole dell'Arizona _

Ragazzi, quante cose da raccontare, da scrivere, da segnalare. Il tempo, purtroppo, ha scarseggiato un po' ultimamente. Ma presto sarò a casa per un po', quindi scriverò moltissimo, contenti? :-)
E a proposito di lavoro, eccovi una segnalazione. E'... impegnativa, ma mi sembra molto molto interessante:
  • Paolo Soleri ed un nutrito gruppo di volontari organizzano dei Workshop di 4 settimane in Arizona, presso Arcosanti. Lo scopo del Workshop è di misurarsi con il concetto di Arcologia (Architettura+Ecologia) di cui Soleri è ideatore e promotore. Inutile dire altro, quando tutto è perfettamente spiegato in questa pagina, in italiano per di più!
  • Un'altra segnalazione di carattere didattico. Forse è un po' tardi, ma magari a qualcuno può ancora interessare: "Do you speak architecture?", corsi di inglese specifici per architetti. Una settimana a Londra, un corso di inglese intensivo, la visita ai più conosciuti esempi di architettura contemporanea londinese. Se non avete ancora prenotato le vacanze, potete scaricare qui l'application form.
Adesso fuggo, ma prometto aggiornamenti un po' più frequenti. E prometto anche un po' di restyling del blog, ma questo sarà soprattutto merito di AndreaZ.
Buona serata a tutti!

venerdì 25 maggio 2007

Edouard François a Parigi


Restauro, riqualificazione, integrazione di nuove architetture con preesistenze storiche.

Personalmente, rispetto a queste tematiche, ho sempre apprezzato quegli architetti che sanno conferire un'immagine forte e inequivocabilmente contemporanea ai propri interventi, senza però con questo mettere in ombra il contesto in cui si inseriscono, senza prevaricare. Facile a dirsi, molto meno a farsi.

Tra gli starchitects ho sempre apprezzato il lavoro di Foster. Trovo che alcuni dei suoi interventi siano molto rispettosi, pur nella loro riconoscibilità; ad esempio, il Reichstag berlinese o il British Museum di Londra, ma -perché no?- anche il Millennium bridge, che collega due sponde del Tamigi caratterizzate da emrgenze architettoniche di epoche diverse.

Ultimamente Lord Foster si è fatto prendere un po' la mano, ha spostato la propria attenzione sugli opulenti Emirati Arabi e chissà se ci delizierà ancora con interventi di questo tipo?!
E allora bisogna trovare qualcun'altro... laggiù al fondo, sento qualcuno pronunciare il nome di Gae Aulenti... si, come esempio di cosa non andrebbe mai fatto mi sembra perfetto! Ma questa forse è un'altra storia, vero?
Allora per oggi mi limiterò a parlarvi di Edouard François. Ammetto che, prima di qualche giorno fa, non lo avevo mai nemmeno sentito nominare. Ma pare che in Francia sia una star. Il progetto per l'hotel Fouquet's Barriere a Parigi(le tre immagini a lato), di cui vorrei parlare oggi, ha come intento l'unione di sette immobili dell'isolato del "Triangle d'or", adiacente agli Champs Elysées, in modo che questi vengano concepiti come un unicum. L'intervento è realizzato secondo la procedura anglosassone detta shell&core. La facciata riprende la scansione e gli ingombri degli edifici circostanti, dalla zoccolatura sino ai volumi delle coperture. Ma due elementi rompono l'omogeneità e la tradiscono : il primo è il trattamento superficiale, che riprende la preesistenza per forma, ma non per materiali e colorazioni. Tutto il nuovo intervento è realizzato con pietra di colore grigio scuro.
Il secondo elemento riguarda invece la scansione delle aperture. Grandi finestre, dal telaio leggerissimo, scavallano le nicchie tamponate che scandiscono il ritmo della facciata.
Se dovessi tracciare un giudizio, direi sembra che si tratti di un intervento colto e attento alla preesistenza, che non rinuncia però ad affermare la propria contemporaneità. Al limite, forse, avrei evitato i ghirigori su cornici e cornicioni, che non sono troppo in linea con l'intento di riprendere, semplificandole, le forme degli edifici adiacenti. Ma, nel complesso, credo di poter definire l'intervento ... interessante.

martedì 15 maggio 2007

Emirati nati #2

Foster + Partners
are proud to present:
Zero-Carbon City


Ancora Mr. Foster. Ancora Abu Dhabi. Ancora un mastodontico piano di urbanizzazione. Ancora grattacieli, vetro e acciaio.

E allora dov'è la novità? La novità sta nella SOSTENIBILITA'. Su un'area di 6 milioni di metri quadri il progetto, che prende il nome di Masder Initiative, si propone la continuità con l'identità urbana (??) di Abu Dhabi ma anche la proposta di un futuro sostenibile. In parole povere - ma molto più difficile a farsi che a dirsi - Foster vuole realizzare una città priva di emissioni di carbonio e priva di rifiuti! Fantascienza? Parrebbe di no. All'interno dell'area sorgerà anche l'Abu Dhabi Future Energy Company, centro di sviluppo per nuove idee sulla produzione di energia, oltre che promotrice dell'iniziativa.
Per dirla con Foster: "Masdar promises to set new benchmarks for the sustainable city of the future". Le ambizioni ambientaliste della Masdar Initiative sono in effetti una prima mondiale, sulla falsariga della crescente preoccupazione per il riscaldamento globale.
Uno dei punti di forza della città, oltre ad un uso massiccio del fotovoltaico per il sostentamento energetico, è l'eliminazione delle automobili. Per fare questo bisogna incoraggiare e rendere possibili gli spostamenti pedonali, grazie ad un pedestrian friendly environment (viali stretti ed ombreggiati per ripararsi dalle alte temperature, distanze massime di 200 metri tra un qualunque punto della città ed i più vicini trasporti pubblici).

Tutto molto bello.
Mi rimane solo una sgradevole sensazione: non è che si tratta di una ottima trovata pubblicitaria? O peggio, di una tendenza modaiola, del tipo: "quest'anno va il riscaldamento globale, bisogna che ci si adegui!!"
Voglio comunque fidarmi ed inserirlo nella categoria "S.O.S.tenibilità", sperando di non dovermi ricredere.
Ah, un'altra domanda: prima o poi, per poter lavorare, ci dovremo andare tutti a fare almeno un mega attico a Dubai, vero?!

Fonti:

lunedì 7 maggio 2007

Emirati Nati

Dopo Serrenia, il progetto firmato da Norman Foster per un polo del lusso made-in-Egypt (per vedere un promo un po'inquietante cliccate QUI) è ora la volta di Abu Dahbi, Emirati Arabi. Solo che in questo caso l'obiettivo è ancora più ambizioso: un polo del lusso con fini CULTURALI! Sull'isola naturale - incredibile, ne esistono ancora!- di Saadiyat è prevista, per il 2018 la realizzazione di 4 musei ed un centro delle Arti Sceniche, oltre a complessi di residenze atti ad ospitare 150 mila persone, una trentina di hotel (tra cui il solito 7 stelle), marine, circoli di golf e le solite cosucce. Il complesso è stato presentato come il più grande progetto culturale di tutti i tempi. I nomi sono altisonanti. In attesa del concorso che designerà il progettista del Museo di Storia degli Emirati, sono stati recentemente presentati 4 grandi progetti, corrispondenti ad altrettanti grandi nomi dell'architettura:
- Tadao Ando realizzerà il Museo del Mare;
- Frank O. Gehry si occuperà del Guggenheim, per la cronaca il più grande al mondo;
- a Jean Nouvel è toccato il Louvre Abu Dhabi. Si tratterà di una marina con cupola perforata
- mentre Zaha Hadid si è aggiudicata il Centro delle Arti Sceniche, comprendente 5 teatri adibiti a diverse funzioni.
Per la modica spesa complessiva di 27 MILIARDI di dollari distribuiti su 20 anni!

Fonti:
- Architecture Intérieure Crée, n. 330, marzo/aprile 2007
- Plataforma Arquitectura
- Dezeen - Design Magazine
- Saadiyat official site

giovedì 19 aprile 2007

Frank Gehry: creatore di dubbi

Uscire dal cinema, dopo aver visionato il recente film di Pollack su Gehry mi ha lasciato, come del resto immaginavo, sbiadito. Sbiadito nel senso di una leggera patina bianca di confusione che puntualmente, ogni volta che mi confronto con certe tematiche riguardanti l’architettura, offusca per brevi istanti i miei pensieri. Ma allora Gehry ha capito tutto? Ma allora Gehry è l’architetto contemporaneo per eccellenza come Pollack vuol farmi pensare? Ma Gehry è uno scultore? Un architetto-scultore? Un architetto? Ma la forma deve derivare dalla funzione si o no????

Per fortuna, la malinconia che inevitabilmente mi colpisce, ogni qual volta mi imbatto in qualcosa di raramente bello, dopo un po’ si ritira, sostituendo al rimorso per non esser mai stato capace di realizzare o concepire nulla di simile, una calma e quieta condizione di lucidità. Adesso posso tornare a ragionare.

Porsi domande come quelle sul rapporto funzione – forma è in effetti, a parer mio, sterile. Quella della funzionalità degli edifici deve essere una condizione inalienabile, intendiamoci! Non è considerabile tale, un’architettura che non derivi le proprie forme e la distribuzione dei propri spazi dalla funzione a cui deve assolvere, che ostacoli in onore della propria plasticità scultorea la logica e comoda fruizione dei propri ambienti. Piuttosto che cercare di capire se la forma derivi dalla funzione, o viceversa, mi verrebbe dunque da chiedermi: ogni funzione, quante forme ha?

L’invasione di architettura, alla quale siamo oggi sottoposti, volenti o nolenti, ci insegna attraverso le proprie immagini come temi simili dal punto di vista funzionale possano essere affrontati e risolti con soluzioni formalmente molto diverse tra di loro, se non addirittura opposte. I render stratosferici di Zaha Hadid, i diagrammi di UN Studio, le sezioni di Piano, gli schizzi di Gehry… Una simile proliferazione di approcci all’architettura dovrebbe farci riflettere attentamente: chi ha ragione?

Siamo passati attraverso l’espressionismo, il razionalismo, il postmodernismo, il decostruttivismo… e adesso? Adesso non abbiamo più un “ismo” a cui appigliarci, e guardiamo confusi le pagine patinate delle riviste di architettura chiedendoci se ci sia, oggi, un linguaggio comune, un’ancora di salvataggio, un punto di partenza (o di arrivo).

La società contemporanea ci ha insegnato ad accettare il passato, ad indagare il presente e ad immaginare il futuro. Tutto si può fare, a quanto pare. Ma allora quand’è che un’architettura è Buona, e quando no? Credo che oggi un edificio non si possa più giudicare sulla base dei soli aspetti funzionale e formale. Caduti i codici di riferimento, non esiste più uno standard stilistico da cui discostarsi, o al quale appoggiarsi: la discriminante mi sembra dunque non risiedere più nella derivazione più o meno diretta dell’aspetto dell’edificio dalla sua funzione, bensì nello sforzo progettuale antecedente al gesto plastico: nel pensiero che, prima ancora di farsi architettura, riesce a tenere insieme tutte le linee del progetto, inverandosi solo in un secondo momento nelle forme, nei materiali, nella luce, nell’ombra.

Gehry ha intuito le potenzialità delle superfici curve, ha creato dei capolavori, ed ha cominciato a ripetersi. L’errore sta nel non aver saputo evolvere ulteriormente il proprio pensiero, nell’aver esteso a tutti i suoi edifici successivi la poetica del titanio, nel non aver saputo esplorare e sperimentare nuove vie. Certo è che, non fosse stato per lui, oggi il Guggenheim di Bilbao non esisterebbe e l’architettura contemporanea, forse, sarebbe un po’ meno eccitante.