domenica 6 maggio 2007

Fotorealismo in architettura. Cui Prodest?

Premessa fondamentale: la mia tesi si intitola "Possibilità comunicative del digitale in architettura". Se ho iniziato ad occuparmi di questo argomento, ormai un paio di anni fa, è stato soprattutto grazie al fascino che alcune immagini fotorealistiche esercitavano su di me (per citarne uno, le meravigliose immagini di Juan Siquier, come quella qui sopra, in centro).
Sono una strenua e fervente sostenitrice del mezzo informatico come strumento fondamentale al servizio di architetti e designer, oltre che come mezzo di diffusione e divulgazione di alcune conoscenze, proprie del settore, anche a non addetti ai lavori.

Detto ciò, ad un anno dalla discussione della tesi, mi sentirei pronta a scrivere un ANTI-TESI, o perlomeno delle controdeduzioni. Forse perchè nel frattempo ho frequentato un po' di studi di architettura. Forse perchè ho conosciuto qualche cliente e ne ho compreso un po' la mentalità. Forse perchè ho affinato un po' le mie conoscenze in materia. Forse.

Vi risparmierò una dissertazione sugli innegabili vantaggi del fotorealismo, che sono evidenti, almeno per chi si occupa quotidianamente di architettura. I risultati sono certamente notevoli, soprattutto se si utilizzano motori di render come Vray, che permette di ottenere effetti di illuminazione particolarmente realistici, o come Maxwell Render, che introduce la possibilità di simulare l'ottica di un apparecchio fotografico.
Vorrei invece, in questa sede, muovere qualche critica e porre dei quesiti, su almeno due diversi piani di lettura.

1. In primo luogo vorrei soffermarmi sui clienti e, più in generale, su coloro che non si occupano di computer grafica (applicata all'architettura, nello specifico). Più di una volta mi è capitato di imbattermi in una scomoda credenza popolare: "Tanto lo fa il computer!" è una delle frasi che ci si sente spesso dire, quando si cerca una mediazione tra i desideri del cliente e le nostre esigenze (tempo, abilità tecniche, disponibilità di software). Ma noi sappiamo, invece, che la parte "fatta dal computer" è solo quella finale, di calcolo vero e proprio. A monte ci sono diverse ore trascorse ad impostare materiali, luci, viste (e lasciamo perdere la fase di modellazione!). Il numero di ore necessarie aumenta esponenzialmente quando si vuole conferire al render un aspetto iper-realistico. Spesso si deve poi ricorrere alla post-produzione, se ad esempio si vogliono introdurre sfocature ad-hoc che simulino l'ottica fotografica o realizzare un fotoinserimento. Tutto questo lavoro sommerso, però, non viene mai preso in considerazione da coloro che non conoscono il processo e la sua complessità.
Inoltre, il fatto di poter vedere le cose così come saranno, di poter pre-vedere letteralmente il risultato finale della nostra progettazione ci conduce gradualmente, a mio avviso, ad una perdita di immaginazione. Che investe NOI e i nostri clienti. Mi ha fatto sorridere un caso che mi è stato raccontato recentemente: realizzando il render di una sala in cui avrebbero dovuto essere presenti quattro pannelli con delle grafiche ancora da definirsi, Tiziana (Ty) ha inserito 4 immagini che servissero a rendere l'idea della funzione dei pannelli. Il cliente le ha fatto rifare i render 3 o 4 volte perchè le immagini scelte non erano di suo gradimento. Tuttavia non le ha chiesto di inserire le grafiche definitive (poichè ancora non esistevano), facendole quindi fare un lavoro assolutamente inutile dal punto di vista della pre-visione di cui sopra. Credo che questo spieghi bene quello che intendevo con "perdita dell'imaginazione": fino a pochissimo tempo fa, il cliente si accontentava di piante, prospetti, sezioni e (nella migliore delle ipotesi) schizzi prospettici o modellini in scala. Adesso ti fanno rifare un render 4 volte (e dio solo sa che perdita di tempo, tutto tempo rubato all'effettiva progettazione), perchè la foto nel quadro sullo sfondo non li convince.

2. La questione si può vedere poi dal punto di vista del progettista o, se preferite, degli scopi per i quali i render vengono realizzati.
Per come la vedo io, il progetto dovrebbe avere una genesi simile a quella della poesia. La mente dell'architetto è spesso affollata di linee generatrici, assi rettori, simmetrie da affermare o da tradire. E la realtà - o il realismo, in questo caso- a volte svilisce questa poesia. Questo è uno dei motivi per cui, in molti casi, ritengo che render NON fotorealistici si prestino meglio alla comunicazione di un progetto, specialmente nelle prime fasi, in cui è impotante mantenere una certa dose di astrazione, di idealità.
Ogni architetto sa che i propri progetti, se realizzati, dovranno fare i conti con condizioni atmosferiche, invecchiamento, degrado. Un buon architetto dovrebbe progettare tenendo già conto di questi fattori, di modo tale che la frattura tra il progetto e la sua realizzazione non sia troppo profonda. Ma l'IDEA PROGETTUALE, per coinvolgere progettista e spettatore, per essere concepita e sviluppata, deve avere in sè un certo margine di poesia. Per questo il fotorealismo, portato all'estremo, non è forse il mezzo più adatto per comunicare un progetto architettonico.

Mi sono dilungata fin troppo sull'argomento per oggi. Avrei ancora parecchie cose da dire, ma rimando ad un altro intervento ulteriori considerazioni. Per ora vi segnalo un interessante articolo sul fotorealismo, presente in idearium.org e mi permetto di consigliarvi di dare un'occhiata alle gallerie di Penguin, SketchUp e Piranesi, alcuni software interessanti che forniscono una alternativa valida (e meno dispendiosa in termini di tempo) al fotorealismo.
Resto in attesa di conferme e smentite!

1 commento:

Marco Calvani ha detto...

Nel 1999 iniziai a produrre i primi render "fotorealistici" con i mezzi dell'epoca. Nel 2003 durante l'Erasmus in Francia, appesi al chiodo il mouse e tornai a disegnare a matita. Nel 2007, per lavori, concorsi e tesi, ho abbandonato completamente i rendering complessi, puntando sulla semplicità della presentazione: visualizzazione phong + photoshop. Rimango dell'idea che l'architetto non sia un grafico, ma proprio un architetto. Il centro della progettazione deve essere pertanto l'architettura che deve interessare sicuramente più ore di lavoro rispetto alla grafica.