Ciò di cui vorrei parlare oggi è stato oggetto anche della pagella di M. Del Campo nell'ultima presS/Tletter, oltre che di un paginone sul numero di Aprile del Giornale dell'Architettura. Si direbbe quindi un argomento di grande attualità. In effetti la situazione lavorativa dei giovani laureati in architettura è una tematica particolarmante discussa, oltre che il principale argomento di conversazione di noi architetti, quando ci incontriamo per l'aperitivo. L'articolo (F.Baroli, E. Barosso, F. Bestonso, A. Bologna) mette in luce alcuni aspetti che, francamente, non mi sarei aspettata. Ad esempio, tra le caratteristiche apprezzate in un CV, la bella presenza conta quasi quanto l'essersi laureati nei tempi giusti ed il tipo di tesi svolta conta molto meno della disponibilità di orario! Nel neolaureato vengono apprezzate le competenze informatiche (e almeno questo mi sembra coerente con gli indirizzi della progettazione contemporanea) mentre, con mia grande sorpresa, viene attribuita scarsa importanza alle esperienze lavorative precedenti.
Questi dati mi inducono a tracciare alcune considerazioni: in primo luogo è evidente una frattura, una incomunicabilità tra il mondo accademico e quello del lavoro. Questa carenza si esplicita, secondo me, su diversi livelli. Intanto, il professionista che deve assumere un neolaureato, proveniendo a sua volta da una facoltà di architettura, conosce la realtà universitaria e implicitamente la squalifica, attribuendo scarsa importanza agli aspetti accademici del curriculum (tesi, voto di laurea, tempo "di percorrenza"). Ci si chiede inoltre, quali parametri abbia in mano per valutare un candidato, visto che le esperienze accademiche non sono importanti, e quelle lavorative, a quanto pare nemmeno... ah già, c'è la bella presenza. E poi la disponibilità di orario. Come? Automunito? Tant mieux! (scusate, l'ironia era fin troppo facile)
L'università, dal canto suo, non prepara assolutamente gli studenti all'ingresso del mondo del lavoro. Se da un punto di vista culturale più ampio mi sento di assolvere la maggior parte dei nostri atenei dalle accuse imputate loro, devo purtroppo riconoscere che, per quanto riguarda competenze specifiche propedeutiche alla professione e, soprattutto, aspetti pratici, il nostro sistema univeritario mostra il fianco alle critiche, almeno per quanto riguarda la mia esperienza.
Ad esempio: Le competenze informatiche, fondamentali per raggiungere l'agognato traguardo dei 1000 euro ale mese, non vengono sufficientemente valorizzate nella maggior parte delle facoltà italiane, almeno per quanto riguarda la mia esperienza (diretta ed indiretta). Una delle poche cose che mi consola è l'importanza attribuita, dai professionisti intervistati, alla "conoscenza culturale della materia". In questo senso credo che l'università italiana, decisamente generalista, offra molti spunti, grazie a programmi ampi che toccano molti aspetti di quella disciplina che, in estrema sintesi, potremmo definire architettura. Credo che, per coloro che hanno voglia di approfondire e che sono curiosi, gli spunti non manchino.
Nell'articolo sul Giornale dell'Architettura veniva trattata anche la condizione contrattuale ed economica del neo-architetto, che secondo me è perfettamente riassunta dal titolo stesso: "Disegnatori sottopagati o neoprofessionisti con voglia di fare?".
Con questo genere di discorsi, probabilmente, non si arriva mai a mettere
Forse si tratta più di uno sfogo ed una ricerca di consensi, piuttosto che dell'apertura di un vero dibattito sul tema.
Invece nella prossima puntata vorrei approfondire il discorso su contratti, partita IVA, modalità di collaborazione con studi professionali. Io personalmente no ci ho mai capito molto, quindi forse questo potrebbe rivelarsi un argomento di discussione utile (a me per prima!).
1 commento:
Good work! Stavo per trattare anche io dell'argomento, due minuti dopo aver acquistato il Giornale dell'Architettura (forse, l'unica fonte cartacea ancora valida...). Un tema che andrebbe approfondito, anche nelle facoltà, specie per quanto riguarda il lavoro nero. Se non lo fanno i docenti (e ci sarà un perché), è il caso che si sveglino gli studenti.
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