giovedì 19 aprile 2007

Futurismi locali


Nel 2008 Torino sarà World Design Capital, un'iniziativa dell'ICSID di cui come torinese vado molto fiero. La mia hometown sarà ancora una volta palcoscenico del mondo, questa volta su un tema a noi caro (il Design, in senso anglosassone del termine) ma sopratutto lo sarà per la prima volta nella storia; il titolo infatti è stato creato ad hoc sulla base delle competenze e del savoir faire presentate da Torino nel corso di una selezione precedente.

Insomma, le Olimpiadi Invernali del 2006 hanno scosso - in ogni senso - Torino e hanno coinvolto appassionati di sport e non, con grande risonanza mediatica della città. Sarà così anche per Torino 2008 WDC?
Sicuramente saprà coinvolgere architetti, product e graphic designers e altri cari colleghi della massoneria che passeranno ore e aperitivi a complimentarsi della riuscita dell'evento.

Ma cosa succederà ai non addetti ai lavori?
Quali sono i modi per far sì che la popolazione, non solo torinese, sia coinvolta nell'evento dell'anno?
O semplicemente: è necessario creare questo coinvolgimento oppure è meglio una programmazione che punti tutto su una qualità alta della discussione che solo specialisti potranno comprendere?

Rimango nel dubbio e frattanto che arriva il 2008 ci penso.
Voi ci pensate?

2 commenti:

L'ArchiVista: ha detto...

Anche io mi sono più volte posta le stesse domande. In effetti credo che, nel tentativo di coinvolgere fasce di utenza più ampie, il rischio sia di dover abbassare i toni della discussione, con conseguente perdita di contenuti. D'altro canto, io sono da sempre sostenitrice della chiarezza e della divulgazione. Non amo quando i professionisti si prendono troppo sul serio, quando per spiegare un semplice concetto si fa ricorso a frasi contorte o ad una sintassi ostica. Credo che l'obiettivo principe di coloro che rappresentano l'élite culturale dovrebbe essere quello di coinvolgere più persone possibile nel loro sapere, in un'ottica di condivisione delle conoscenze. Molti fanno esattamente il contrario: si trincerano dietro paroloni e lessici specifici della propria disciplina per tenere lontane "le masse", mantenendo così il proprio status elitario. Leggendo dei testi di settore, mi capita spesso di chiedermi se gli stessi concetti non si potessero esprimere in maniera più semplice ed accattivante, appetibile per il lettore meno esperto.
Con questo non sto comunque rispondendo al quesito che hai posto, in realtà resto molto dubbiosa anche io. Il pericolo di un'apertura al grande pubblico, di una forte pubblicizzazione dell'evento al di fuori dei canali frequentati dagli "addetti ai lavori", di un dibattito alla portata di (quasi) tutti è, evidentemente, la banalizzazione delle tematiche trattate. Mah... bah... mmm... mumble mumble.
Molte parole e nessuna conclusione. Sono entrata nella spirale dei paroloni inconcludenti :-)
Silvia

Andreaz ha detto...

Ok la provocazione l'ho lanciata...
oOra semplifico la domanda: potrebbe succedere qualcosa tipo Venezia? Mi riferisco alle Biennali di Arte e Architettura, dove è palese che ci vadano solo persone del settore ma la cosa ha una ricaduta molto ampia e positiva sull'immagine della città.
Un'altro esempio per fare un paragone è un Festival del Cinema di qualsiasi città si voglia: l'arte cinematografica, messa in mostra e discussa, è di per sé popolare ma il "tiro" che hanno questi festival li rende inaccessibili ai più!